Quando la pausa caffè è un diritto

Quando la pausa caffè è un diritto

La pausa caffè è un diritto? Sì, ma deve rispettare alcune condizioni: le spiega Simone Cogno La pausa lavorativa, in origine destinata all’assolvimento delle mere necessità fisiologiche, si è via via evoluta in veri e propri momenti di break lavorativo e di socialità, complice anche la presenza di sempre più assortiti distributori di bevande e snack, posizionati nella stragrande maggioranza dei luoghi di lavoro. Il benefico effetto della pausa sulla salute dei lavoratori è comprovato da svariati studi che hanno scientificamente provato – e caldeggiato – il principio per cui è fisiologicamente necessaria una pausa ogni 90, o massimo 120 minuti di assidua prestazione, pena la decadenza della soglia di attenzione e, di conseguenza, della produttività lavorativa. Nel nostro ordinamento, la pausa è regolamentata da precise previsioni di legge che forniscono indicazioni “di massima” sulle soste dal lavoro, anche se non propriamente indirizzate alla “pausa caffè”, lasciando poi un certo margine alla liberalità del datore di lavoro. Per cominciare, la disciplina vigente in materia di orario prevede che il lavoratore abbia diritto ad un periodo di pausa giornaliero, finalizzato al recupero delle energie psico-fisiche e della possibile consumazione del pasto, anche per spezzare eventuali ritmi di lavoro monotoni e ripetitivi.

Tale diritto di legge, però, matura unicamente nel caso in cui l’orario di lavoro giornaliero ecceda il limite delle sei ore giornaliere. La norma prevede che la pausa giornaliera abbia una durata non inferiore a dieci minuti, da godere anche rimanendo sul posto di lavoro salvo diversa esplicita indicazione nello specifico contratto collettivo di lavoro applicato. La dislocazione oraria della pausa viene determinata dal datore di lavoro, in base alle esigenze organizzative e/o produttive. Nell’ipotesi in cui l’organizzazione del lavoro preveda la giornata “spezzata”, come nella maggior parte delle attività impiegatizie, la pausa potrà coincidere con il momento di sospensione dell’attività lavorativa per il pranzo. La pausa come sopra descritta non può in alcun modo essere sostituita e pagata con una maggiorazione dello stipendio, né essere oggetto di scambio con altre agevolazioni tramite la contrattazione collettiva. Non solo, per garantire la sicurezza e la salute del lavoratore, per certe categorie l’interruzione si impone in modo più incisivo. È il caso, ad esempio, dei lavoratori che utilizzano videoterminali in modo sistematico o abituale per venti ore settimanali i quali hanno diritto, qualora svolgano tale attività per almeno quattro ore consecutive, ad una pausa che è precisamente stabilita dalla contrattazione collettiva.

Qualora la contrattazione collettiva non si esprima, questi lavoratori hanno diritto a 15 minuti di pausa ogni due ore di applicazione continuativa al videoterminale, senza possibilità di cumulo all’inizio ed al termine dell’orario di lavoro. Il tempo di pausa, qualora non consista in un cambiamento dell’attività, è considerato orario di lavoro. Alla luce di tutto questo, si ritiene che una sola pausa fuori dai “limiti” previsti dalla legge e dai contratti di lavoro può e dovrebbe essere tollerata dall’azienda. Per altro verso, l’abitudine di “eccedere” e di concedersi svariati momenti di relax, può giustificare l’applicazione di provvedimenti disciplinari fino a motivare il ricorso al licenziamento.