NON VEDO L’ORA DI ANDARE IN PENSIONE

NON VEDO L’ORA DI ANDARE IN PENSIONE

Quante volte questa frase salta alla mente di ciascuno di noi, che l’impegno sia di natura autonoma o subordinata, imprenditoriale o eminentemente esecutivo non fa differenza, ad un certo punto della vita la sindrome pensionistica sfocia in un pensiero fisso, pulsante, immanente, inarrestabile…. La questione è ancor più all’ordine del giorno in questi mesi in cui si è fatto un gran parlare di riforma della legge Fornero ed è stata introdotta, fra le scontate polemiche politiche fra fautori e detrattori, la cosiddetta quota 100. In effetti dopo gli spensierati (previdenzialmente parlando) anni 60 e 70 del secolo scorso in cui furono varate riforme, ingiustificatamente condiscendenti, dal 1995 in poi è stato un susseguirsi di altre riforme via via sempre più vessatorie a danno dei lavoratori.
Con l’ultimo atto legislativo del 2011 del governo tecnico del professor Monti, si è raggiunto l’apice persecutorio: via la pensione di anzianità cara a intere generazioni, l’obiettivo di quiescenza è stato focalizzato sull’età anagrafica (attualmente anni 67), con l’ulteriore penalizzazione dell’adeguamento periodico e inesorabile alla speranza di vita. Bene fotografa questo aspetto la metafora del saltatore che si accinge a spiccare il salto  in alto e a cui i giudici di gara gli alzano contemporaneamente l’asticella! La vicenda della legge in questione è nota, a fronte di un certo quale  risparmio sui conti pubblici furono creati centinaia di migliaia di cosiddetti esodati – il numero non è mai stato esattamente quantificato – soggetti in uscita dalle aziende con la copertura di  ammortizzatori sociali che avrebbero dovuto farli transitare alla pensione, ai quali fu trasferita in avanti la data di pensionamento di due, tre e financo sei anni. Le varie salvaguardie di questi lavoratori che i governi che si sono succeduti da allora in poi hanno dovuto finanziare (anche qui con risorse economiche non mai bene quantificate) hanno molto annacquato gli effetti della  riforma. E’ giusto porre dei correttivi? E’ doveroso gratificare gli attuali perseguitati dalla Legge Fornero o è più giusto porre attenzione alle esigenze delle future generazioni per le quali le  prospettive pensionistiche, con l’aumento dell’anzianità di vita, e la contrazione della massa contributiva, paiono ben magre dal punto di vista del potere di acquisto delle future pensioni? L’esperto previdenziale Alberto Brambilla sul quotidiano L’Economia del 15 aprile esprime in analisi della situazione sopra descritta un’argomentazione del tutto condivisibile. In pratica fra le  salvaguardie a favore degli esodati e i successivi correttivi introdotti dai governi che sono subentrati quali l’Ape social, l’esodo anticipato per lavori usuranti, opzione donna e, ora, quota 100, la granparte di quelli che dovevano essere i risparmi della riforma Fornero sono stati erosi……fra lo scontento generale delle parti in causa. Ma torniamo all’ansia per il raggiungimento dell’agognato traguardo. Nell’immaginario di chi lavora e a cui mancano molti anni al raggiungimento della data fatidica di erogazione della pensione, quest’ultima rappresenta una prospettiva idilliaca, la  raggiunta realizzazione di un sogno, un mondo di tempo libero, assenza di responsabilità, relax. Non più tempo limitato e/o parcellizzato per la famiglia e per le proprie aspirazioni personali, ma una vita costruita sulle proprie esigenze. Ma attenzione: il vuoto e la sensazione di inutilità sono in agguato. L’aria di libertà dalla monotonia del lavoro può durare poco, con il tempo arriva il prezzo da pagare con noia e insoddisfazione. Tante sono le storie individuali di depressione post-pensione.
I più vulnerabili alla depressione sono coloro i quali hanno sempre vissuto l’attività lavorativa come la sfera principale dei loro interessi, delle loro aspirazioni, delle loro fantasie. Unici obbiettivi la  carriera, il potere, la deferenza dei sottoposti. In una definizione il successo è rappresentato soltanto dalla gratificazione del lavoro. Se ciò può essere vero per i pochi privilegiati che svolgono  attività di alto profilo scientifico o artistico, o per chi ha avuto la fortuna di intraprendere ciò che aveva sempre sognato fin da bambino e che quindi si diverte lavorando, non è così per la  stragrande maggioranza degli occupati. Per la massa il lavoro è più propriamente l’attività necessaria al mantenimento delle proprie risorse economiche all’assolvimento del proprio dovere verso  la società, i genitori, la famiglia, se stessi. Anche in costoro, che nel comune discorrere, sono coloro che più dovrebbero godere all’ambita meta, sorge il rischio di non sapere riempire efficacemente il vuoto della quotidianità lasciato libero dal lavoro. Mancano i ritmi, i riferimenti, le abitudini di quaranta anni di vita focalizzati a senso unico. Bisogna prepararsi per tempo. Per prima cosa  occorre avere raggiunto la tranquillità economica per il mantenimento della quale sia bastevole l’assegno pensionistico, da coniugarsi con la sobrietà di vita dovuta all’età. E poi nutrire curiosità per quanto ci sta attorno, intraprendere nuovi interessi, mettersi a disposizione degli altri – a partire dalla propria famiglia – e, perché no, studiare. Finalmente si potrà anche lavorare, ma per  propria scelta, per fare ciò che ci piace, per il tempo che ci aggrada, senza l’ansia di rincorrere la giusta remunerazione… e qui ci fermiamo, altrimenti il sogno diventa irresistibile.