I DIRITTI DELLA LAVORATRICE MADRE

I DIRITTI DELLA LAVORATRICE MADRE

La tutela accordata dalla legge alle lavoratrici madri si inserisce nel più generale complesso di garanzie previste a favore della donna in tema di pari opportunità sul lavoro e di salvaguardia della sua funzione essenziale nella famiglia. Fin dall’inizio dello stato di gravidanza il datore di lavoro è tenuto a fornire alla dipendente una serie di garanzie: alcune di queste riguardano il solo periodo di gravidanza (ad esempio la concessione di permessi per visite mediche a carico dell’azienda), mentre altre si estendono anche ai periodi successivi, come ad esempio il divieto di lavoro notturno e quello di licenziamento. In questa sede tratteremo principalmente le cautele obbligatorie riguardo alle condizioni logistiche in cui la stessa prestazione di lavoro viene adempiuta.
Infatti, il datore di lavoro deve operare in ogni modo possibile per rendere più agevoli le condizioni di lavoro da svolgersi in stato di gravidanza, assicurando alla donna una protezione che si estende fino ai sette mesi di età del nascituro. Innanzitutto è vietato adibire la lavoratrice al trasporto e al sollevamento di pesi e/o a lavori – classificati secondo il preciso dettato di legge – come pericolosi, faticosi, insalubri. Le attività proibite sono così definite: lavori che comportano una posizione in piedi per più di metà dell’orario o in posizione affaticante e scomoda; su scale o impalcature mobili o fisse con pericolo di caduta; con macchine da muovere praticando uno sforzo; con macchine che producono vibrazioni; per mansioni che prevedano l’obbligo di sorveglianza sanitaria ai sensi del D.P.R della sicurezza aziendale; a bordo di qualsiasi mezzo di comunicazione in moto; che espongano la donna a temperature troppo basse o troppo alte; al lavoro notturno. Inoltre, ancorché non ricorrano le specifiche condizioni elencate, permane l’interdizione dall’attività lavorativa qualora il  contesto ambientale presenti caratteristiche pregiudizievoli della salute della donna e del bambino (es. professioni nell’ambito sanitario).
Al fine di evitare che la donna sia soggetta alle suddette condizioni, il datore di lavoro deve agire anche modificando temporaneamente le condizioni e/o l’orario di lavoro, oppure, se tali azioni non sono sufficienti, adibire la lavoratrice ad altra attività, mantenendo inalterata la retribuzione e la qualifica se la mansione prevede un livello inferiore. Laddove la lavoratrice impiegata nelle suddette situazioni lavorative non possa essere adibita ad altra mansione compatibile con il suo stato, la medesima ha diritto all’anticipazione del periodo di congedo per maternità, oppure alla proroga dello stesso dopo la nascita, fino al compimento del settimo mese del bambino.
L’anticipazione del congedo può essere concessa anche nel caso di gravi complicanze della gravidanza pregiudizievoli della salute della donna e del nascituro. La competenza per la concessione dell’astensione anticipata è in capo al servizio ispettivo della Direzione provinciale del Lavoro nel caso di lavorazioni pericolose e faticose, insalubri o incompatibili; è invece presso la Asl di competenza nel caso di gravidanza a rischio, previa esibizione di idonea certificazione medica rilasciata da un ginecologo accreditato presso il Servizio Sanitario Nazionale. Durante il periodo di astensione dal lavoro la dipendente non è soggetta ad alcun vincolo di orario di reperibilità ai fini di qualsivoglia visita fiscale.
Il periodo di astensione obbligatoria, detto congedo di maternità, è previsto per i due mesi prima del parto e per i tre successivi. Un ultimo cenno alla possibilità introdotta dalla recente legge di bilancio di poter usufruire del congedo di maternità esclusivamente dopo l’evento del parto entro i cinque mesi successivi allo stesso. In questo caso a condizione che il medico specialista del Servizio Sanitario Nazionale o con esso convenzionato e il medico competente aziendale attestino che tale opzione non arrechi pregiudizio alla salute della gestante e del nascituro.